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America's Cup

Match Point

(03 luglio 2007)
Dopo due giorni di riposo, uno per assenza di vento, e uno ‘ufficialmente off’, Alinghi ed Emirates Team New Zealand tornano sul terreno di battaglia per la settima regata del 32mo Match dell’America’s Cup.
 
Ieri nessuno dei due team è sceso in mare, preferendo ottimizzare la giornata libera per studiare tattiche e strategia. La brezza fresca prevista per oggi, lascia nuovamente aperti gli scenari. È vero che l’unica regata (la quinta) corsa con 14-15 nodi è stata vinta da Alinghi, ma non dobbiamo dimenticare che ETNZ era in testa fino alla prima poppa, quando ha rotto lo spinnaker.
 
Quella regata ci ha fatto capire che le due barche sono molto simili come prestazioni, anche con aria fresca e onda e che, semmai, sono gli equipaggi a fare la differenza: su SUI 100 non ci sono stati errori né incertezze; su NZL 92, invece, il ritardo nella gestione di un’emergenza ha compromesso l’intera regata.
 
Oggi gli equipaggi dovranno gestire bene i tempi, le distanze, la meteo, l’avversario e, soprattutto, la barca e le manovre che, con 17 nodi di vento e onda, vanno anticipate e fatte con attenzione per evitare pasticci o danni.
 
Certo, Alinghi avrebbe preferito ‘chiudere la partita’ domenica quando il Port America’s Cup traboccava di gente, con quasi 90mila spettatori, ma nessuno dei velisti ha trovato qualcosa da ridire sulla decisione del Comitato di Regata, quando il match è stato sospeso: dopo quattro anni di lavoro e di fatica, affidare al caso un match così importante, sarebbe stata una follia.
 
Sappiamo che il compito dei kiwi è molto più difficile di quello di Alinghi. Per Dean Barker & Co. si tratta di vincere tre regate di fila, mentre ad Alinghi ne basta una. Ma la storia della Coppa insegna che le rimonte non sono impossibili. Lo stesso Grant Simmer, coordinatore del team progettuale per il Defender, lo sa bene.
 
Era su Australia II nel 1983 quando il challenger ‘aussie’ strappò la Coppa al New York Yacht Club, ponendo fine a 132 anni di supremazia americana. All’epoca il challenger stava perdendo per 1-3.
 
Fu una serie lunghissima, un po’ per i giorni di riposo, un po’ per il tempo. “Nel 1983 abbiamo dovuto attendere a lungo per assenza di vento”, ricorda Simmer. “Ma aspettare qualche giorno non è un problema per noi. Abbiamo atteso questo momento per quattro anni. Un giorno in più o in meno non farà certo la differenza”.
 
info: americascup.com

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